Grano bollito di Santa Lucia

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Ingredienti

  • 500gr di grano
  • 250gr. di mosto cotto o di miele di fichi

Procedura

E’ questa la più antica ricetta di “grano bollito”, che si prepara per la festa della martire siracusana, insieme alle “tredici cose”, che non devono mai mancare nella cena della vigilia: tredici frutti diversi che bisogna almeno assaggiare.

Per preparare il grano bollito, occorre nettàre e lavare bene il grano e poi tenerlo a bagno in acqua fredda per due giorni. Si mette quindi a cuocere a fuoco lento in abbondante acqua con un pizzico di sale e si lascia infine raffreddare. Si rimette sul fuoco col mosto cotto o col miele di fichi e si lasca insaporire.

Sin qui la ricetta tradizionale, alla quale si è ormai abituati ad aggiungere tante altre cose che indichiamo a parte, proprio per distinguere la nuova ricetta da quella tradizionale

Ingredienti per arricchire il “grano bollito”:

Si rimette nella casseruola il grano bollito ormai raffreddato aggiungendo mosto cotto insieme a 50gr. di noci e a 50gr. di mandorle sgusciate e tritate grossolanamente.

Si cosparge di cannella in polvere e di un chiodo di garofano pestato.

Si rimette a bollire il tutto e si fa cuocere per pochi minuti.
Si serve freddo.

Alcuni aggiungono questi ingredienti senza più rimettere il grano sul fuoco.

Sciroppo di vino

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La vendemmia è una tradizione contadina portata avanti dai secoli che ancora oggi nei paesi più tradizionali della Calabria situati soprattuto nelle zone immerse nelle campagne, ancora vengono portate avanti.

Nell’antichità la raccolta era una festa come del resto tutti gli eventi, un tempo si andava nei campi a raccogliere l’uva con tutta la famiglia, dai bimbi agli anziani, mentre la procedura di macinazione detta “macina” avveniva mettendo tutto il raccolto in grandi vasche e le donne vi saltavano di sopra con i piedi scalzi per pestare l’uva, questa immagine si vede molto nei souvenirs o nelle rappresentazioni delle vendemmie antiche e infatti è la cosa più caratteristica di questo evento e anche più folkloristica rispetto a tutti gli eventi in generali in quanto rappresenta il divertirsi mentre si svolge un lavoro utile. Molti ironizzano sul fatto che i piedi potrebbero essere sporchi ma nessuno ha mai notato il fatto che l’uva dei campi viene gettata nelle vasche senza essere lavata e quindi piena di terra insetti vari e altri agenti esterni. Bisogna precisare che questo è dovuto al fatto che il mosto raggiunge un grado alcoolico elevato in grado di bruciare tutti gli agenti nocivi ed eventuali batteri.
Successivamente l’uva pestata nella vasca dopo aver riposato diverso tempo che determinava la colorazione del vino (in genere una notte), veniva svuotata filtrandola in un’altra vasca che raccoglieva solo il succo ovvero il mosto e questo di conseguenza veniva riversato nelle damigiane opportunamente inteccate a livello per evitare che il ribollire del mosto facesse fuoriuscire il vino al di fuori nel perido di fermentazione come avviene con le bevande gassate quando vengono agitate, quindi al riposo del mosto nei suoi adeguati tempi si sussegue la trasformazione in vino con il dovuto ciclo stagionale, la tradizione narra che a San Martino ogni mosto diventa vino 8 Novembre.

Sciroppo di Vino

In Calabria ogni sciroppo viene definito con il termine “Scirubbetta” dal turco “serebet”, in genere sorbetto di neve e mosto cotto, poi col tempo veniva trasformato in altre fragranze come scrioppo di neve e succo di limone, o di frutti vari.
Mentre il termine “Sciruppe”, ovvero Sciroppo, viene dall’arabo “sharub”.
A volte l’influenza delle colonizzazioni è molto importante per scovare le radici e il significato dei termini tramandati dagli invasori.

Ingredienti

  • Un litro di vino
  • Un chilo di zucchero
  • Il succo di sei limoni

Procedura

Fai bollire a fuoco lento tutti gli ingredienti e togli la schiuma che si formerà in superficie.
Lascia cuocere lo sciroppo per altri venti minuti, dopo che giungerà all’ebolizione.
Fallo raffreddare e imbottiglialo.
Si serve mettendone due dita in un bicchiere e diluendolo con acqua ghiacciata.

Taralli dolci

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Taralli

I taralli sono dei biscotti tipici che hanno una tradizione legata in tutto il territorio italiano, in Calabria solitamente si fanno nel periodo di pasqua dove si usavano un tempo per la celebrazione delle festività, venivano arricchiti con il sesamo che davano quel particolare sapore di biscotto secco e appena aromatizzato, oppure spesso venivano addolciti con il miele che era una risorsa locale alla portata come  lo sciroppo di fichi, o il mosto cotto, anche se si poteva utilizzare lo zucchero ma restava pur sempre una risorsa preziosa da utilizzare per dolcificare il caffè da offrire agli ospiti o caramellato per dare agli ammalati nel periodo della convalescenza.

Le tradizioni contadine erano molto calorose e legate al territorio, per questo si aveva sempre quell’aria di accoglienza, festività e unione familiare, spesso un semplice dolce o biscotto come per i taralli non rappresentavano solo lo sfizio di mangiare un biscotto pregiato come ai nostri tempi, ma anche la voglia di preparare qualcosa assieme che tramandavano le nonne alle nipoti o le mamme alle figlie e che si riunivano nell cucine per parlare e preparare mentre a tavola imbandita delle pietanze locali si riuniva tutta la famiglia per comunicare. Gli ospiti venivano trattati come persone di casa e dalle piccole cose che regnava la pace e la serenità.

Ingredienti

  • 2 Kg di farina
  • 6 uova
  • 250 gr di olio di oliva
  • Un lievito di birra
  • 2 chucchiaini di semi di anice
  • Un pizzico di sale

Variante molto diffusa:

  • 2 kg di farna
  • 2 bicchieri di olio di oliva
  • 2 bicchieri di vino bianco
  • 2 cucchiani di semi di anice
  • 250 gr di zucchero
  • Un pizzico di sale

Preparazione

Disponi a fontana la farina sulla spianatoia ed amalgamala con tutti gli ingredienti della ricetta prescelta, sciogliendo, per la prima ricetta, il lievito in una tazza di acqua tiepida.

Sarà sempre necessario lavorare bene l’impasto, per renderlo morbido, omogeneo ed elastico e lasciarlo poi riposare un paio di ore, ben ricoperto da un panno.
Si arrotola, dopo, un pò d’impasto alla volta; se ne ricavano dei bastoncini di pasta lughi una ventina di cm circa, che si chiudono ad anello o si intrecciano a fiocco.
Si allineano sulla piastra del forno appena unta di sugna o di olio e si lasciano cuocere a 180°.