Mandorlato

Il mandorlato è un dolce tipico italiano che ha origini venete, nato in onore delle feste tradizionali natalizie e ha sembianze comuni al torrone, viene fatto con pochi ingredienti semplici dalla base di mandorle, zucchero e limone e in alcune ricette viene usato come variante il miele, perchè ogni paese che vai cambia la tradizione.

Dalla semplicità di tutte le ricette tradizionali il mandorlato nasce circa nel 1400 a Cologne Veneta dove ogni anno in onore dell’Immacolata Concezione nel mese di dicembre viene celebrata una fiera in onore del mandorlato e della sua produzione.

Anche se le dosi tradizionali suggeriscono di usare i egual misura mandorle e zucchero, preferiamo consigliare un croccante migliore, in cui le mandolre sono velate dallo zucchero, senza esserne tropo avvolte. Occorre però piu destrezza nel manipolarle.

Ingredienti

  • 1kg di mandorle pelate e tostate
  • 500gr di zucchero
  • mezzo bicchiere di acqua
  • il succo di mezzo limone

Procedura

Fai bollire in una casseruola, e a fuoco moderato, l’acqua con lo zucchero e, quando questo si sarà ben sciolto, tuffaci le mandorle, che avrai già pelato e tostato. Mescola enericamente con un mestolo di legno ed in continuazione, sinchè l’acqua non sarà tutta evaporata e le mandorle non avranno preso un bel colore scuro. Per evitare che si brucino o che si attacchino al fondo ed ai bordi della casseruola, dovrai regolare sempre la fiamma, abbassandola o alzandola un poco, senza tuttavia smettere un solo attimo di mescolare con forza. Quando sentirai sfrigolare le mandorle, versaci sopra il succo di limone, rimescolale un altro poco e toglile dal fuoco.

Falle quindi ricadere su un ripiano di marmo o di legno che avrai unto con pochissimo olio di oliva, e, aiutandoti con due mezze arance che terrai nelle mani, per non scottarti, appiattisci il mandorlato, livellandolo bene e formando uno strato alto un centimetro e mezzo circa. Con un coltello dalla lama lunga lo taglierai subito, prima che le mandorle si raffreddino, per il lungo, obliquamente e incrociando i tagli, si da ottenere tanti rombi di uguale misura. Con la punta del coltello staccali bene fra loro, quando sono ancora caldi, poi lasciali raffeddare e disponili in un vassoio.

Parole

Oltre agli ottimi agrumi, ai fichi, all’uva e alle castagne, dei quali parlimo a parte, il nostro territorio offre altre qualità di frutta: “amella” (nespole invernali); “amure cievuze” (more di gelso); “amur ‘i ruvette” (more di rovo); “cirase” (ciliegie), nelle varietà: comuni, “marene” (amarene), “marelle” (ciliegei selvatiche) e “‘ntantare”, grosse scure, dure e dolcissime; “cucumielle” (specie di pugne); cucummiere (anguria); “fichipalette” (fichi d’India); “granate” (melograno); “grisummilia” (albicocche); “mammuse” (prugne); “milennule” (mandorle); “milune” (meloni); “monacielle” (pinoli); “murtille” (motella); “niespule” (nespole); “nuce” (noci); “nucelle” (nocciole); “pircoche” (pesche); “piersiche” (nocipesche); “pire” (pere), nelle varietà: “nustrale” (comuni), “‘mpirale” (imperiali), “ficatielle”, “gamm’ ‘i ronna”, “piraine” (pere selvatiche), “muscatielle”, “piriciell’ ‘i San Giuanne”, “zucchir’ e cannella”; “pizzingangule” (corbezzoli); “pume” (mele), nelle varietà: “annurca”, “limuncielle”, “rumanielle”, “cutugne”; Anche il finocchio (finuocchje) e i lupini si consumano come frutta. Di lupini, in particolare, si faceva un tempo grande uso nelle cantine, bevendo il buon vino delle vigne del luogo.

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